Data: 22.12.2011

Autore: Marilena Dellavalle e Irene Arizio, Patrizia Cola, Vilma Buttolo, Giovanni Cellini, Ottavia Mermoz, Gaspare Musso, Mariangela Pastura, Andrea Pavese, Barbara Rosina, Cristiana Pregno, Daniela Simone.

Oggetto: Dibattito sulla proposta CNOAS

In qualità di assistenti sociali a vario titolo impegnati nella formazione universitaria di assistenti sociali presso l’Università di Torino e soci AIDOSS esprimiamo le nostre osservazioni in merito alla Proposta CNOAS. (Irene Arizio, Patrizia Cola, Vilma Buttolo, Giovanni Cellini, Marilena Dellavalle, Ottavia Mermoz, Gaspare Musso, Mariangela Pastura, Andrea Pavese, Barbara Rosina, Cristiana Pregno, Daniela Simone).

Premesso che riteniamo fondamentale la concertazione con tutti i soggetti interessati alla professione ed alla sua formazione e che consideriamo essenziale porre in atto strategie capaci di favorire alleanze con chi rappresenta le sedi universitarie, esprimiamo di seguito alcune considerazioni preliminari:

a. Il percorso della LM si è rivelato scarsamente efficace
- a livello accademico, dove – nonostante la denominazione della classe di laurea e i corrispondenti obiettivi formativi – i percorsi di studio non garantiscono né conoscenze né competenze progredite nello specifico ambito del servizio sociale, stante la limitatezza dei CFU attribuiti agli insegnamenti impartiti nelle relative discipline e l’impostazione dei tirocini spesso carenti dal punto di vista della loro natura professionalizzante.
- a livello di ricaduta sul mercato del lavoro dove sia il titolo di studio sia l’iscrizione all’Albo A risultano scarsamente spendibili nelle fasi di accesso e assolutamente non contemplati nelle progressioni di carriera interna.


b. Le esigenze formative attuali appaiono, da un parte, connesse alla complessificazione dei fenomeni che la professione è chiamata ad affrontare e degli scenari politici, istituzionali e organizzativi nei quali è inserita, dall’altra all’ingente sviluppo scientifico delle discipline che sostanziano i riferimenti teorici e che contribuiscono a formare le competenze professionali. Queste ultime presentano a loro volta un grado sempre maggiore di complessità e richiedono di essere costruite attraverso percorsi di trasmissione di contenuti interdisciplinari strettamente integrati a processi di apprendimento attivi, già ampiamente sperimentati nella tradizione formativa del servizio sociale, ma necessitanti di ulteriore impulso e rigore.

c. Complessivamente, il percorso triennale che consente l’accesso alla professione - nella sua componente maggioritaria – viene valutato come ormai insufficiente a rispondere alle esigenze formative, come diffusamente segnalato anche dagli stakeholders.

d. I piani di studio delle lauree triennali e magistrali presentano drastiche difformità dagli standard europei di formazione al servizio sociale e gravi carenze, per ciò che riguarda l’orientamento alle competenze e la specificità degli insegnamenti di servizio sociale, fortemente minata dall’attribuzione delle docenze a studiosi di discipline affini. La stessa esiguità dei cfu attribuiti alle discipline di servizio sociale testimonia da sola l’impossibilità di perseguire obiettivi formativi di natura professionalizzante, peraltro indicati nelle declaratorie delle classi di laurea.

e. L’attuale fase di realizzazione della riforma universitaria e i vincoli precedentemente introdotti prefigurano i problemi, ben evidenziati nel documento AIDOSS, per ciò che riguarda le docenze di servizio sociale. La riduzione dei futuri reclutamenti fa predire in negativo gli scenari di incremento dei processi d’incardinamento di docenti di servizio sociale - ancorché provenienti dal più alto grado di istruzione universitaria, cioè il dottorato di ricerca - così come per quelli di assunzione del titolo di professore di I e II fascia.

f. A ciò si aggiunge il fatto che le procedure concorsuali non vedono garantita la contemplazione della specificità disciplinare, stante sia l’inserimento delle discipline di servizio sociale nel sempre più ampio settore sociologico, sia la limitatezza (per usare un eufemismo) dei professori di servizio sociale che possono far parte delle commissioni giudicatrici.

g. Sono in atto – all’interno della realtà dei servizi – processi che comportano rischi di de-professionalizzazione, esemplificabili nell’attribuzione di competenze specifiche dell’AS ad altri professionisti quando non ad operatori di altre qualifiche, non di rado acquisite in assenza di specifica preparazione.
A fronte di ciò, l’ipotesi - avanzata in alternativa al ciclo unico - di prevedere un unico accesso alla professione di AS, limitando l’esame di abilitazione solo a chi è in possesso di laurea magistrale, rischierebbe di prefigurare un’esplosione di figure fittizie in possesso della laurea triennale che comporterebbe, per gli enti, investimenti sul profilo inferiore con costi minori e di conseguenza una riduzione della figura dell’AS negli organici.

h. La figura dell’assistente sociale opera in collaborazione con altri professionisti dotati di percorsi formativi più lunghi e articolati che incidono fortemente sulla solidità della loro stessa autorevolezza; il percorso triennale confina l’assistente sociale in una posizione d’inferiorità – di natura formale e sostanziale - che ha fisiologiche ripercussioni sul versante del riconoscimento, anche e non solo di natura economica.

Per questi motivi
la nostra posizione è favorevole all’instaurazione di un ciclo unico quinquennale al termine del quale sia possibile sostenere l’esame di Stato per l’accesso all’Albo (unico) degli assistenti sociali, a condizione che siano garantiti elementi essenziali e imprescindibili per una formazione capace di assicurare un’alta qualificazione culturale e professionale, in sintonia con gli standard globali di qualità per la formazione al servizio sociale, licenziati nel 2004 ad Adelaide da ISSW (International Association of Schools of Social Work) e IFSW (International Federation of Social Workers).
Il fatto che tale prefigurazione si discosti dai percorsi di studi del resto di Europa dovrà essere oggetto di riflessione per ciò che concerne le effettive ricadute, anche se il problema potrebbe essere meno significativo nel caso sia garantito il rispetto dei già citati standard. Gli elevati livelli accademici raggiunti dal servizio sociale negli altri paesi europei non sembrano essere perseguibili con l’attuale sistema italiano, come dimostrato dalle differenze con quello spagnolo che ha alle spalle un percorso analogo ed è pervenuto ad una strutturazione altamente complessa e paragonabile a quella di altre discipline (dipartimenti di servizio sociale, incardinamento nei ruoli della docenza di assistenti sociali in possesso di comprovata esperienza di docenza e di ricerca; numero davvero consistente di questi docenti …).
Rispetto al testo della proposta di legge CNOAS esprimiamo le seguenti osservazioni:

Art. 3 Capo I professione di AS:
eccepiamo sul lessico utilizzato che afferisce a quadri culturali ormai superati, come ad esempio il concetto di recupero delle persone, segnalando altresì che la costruzione del periodo “per la prevenzione […] di persone, famiglie e gruppi….” presenta una criticità già rilevabile in precedenti definizioni formali.
- Area di aiuto. Punto g: l’intervento di consulenza e collaborazione agli organi giudiziari è limitato alla materia minorile, mentre è tralasciata quella nel settore degli adulti sottoposti a misure detentive e quindi non qualificabili come soggetti deboli; appare indispensabile un cenno al ruolo preventivo promozionale nel settore penitenziario e della giustizia penale minorile.
- Area preventivo promozionale: ci sembra che l’inserimento, in quest’area, del punto b interventi di pronta emergenza sociale possa essere dovuta verosimilmente a un refuso.
- Area organizzazione e gestione: si rileva la presenza di funzioni ancillari (apporto, collaborazione) che svalutano la pienezza del contributo rilevante che l’assistente sociale può fornire.

Ci sembra complessivamente necessario un riferimento al tema dell’integrazione socio sanitaria e a quello delle politiche di controllo sociale, mentre il testo si limita a citare le politiche sociali;

Ci si interroga sull’inserimento della voce uso e sperimentazione di metodologie avanzate e innovative di servizio sociale tra le attività, essendo che ci si riferisce a metodologie e non ad azioni: forse si potrebbe sostituire “metodologie” con “interventi”.

Art. 4 Capo II Formazione universitaria
Si rileva la mancanza di collegamenti essenziali con regole e dinamiche dell’attuale sistema universitario con il conseguente rischio di incorrere in un peggioramento della situazioni attuale (esempio 1: se la proposta del SSD autonomo non dovesse trovare realizzazione e non ci fossero vincoli all’incardinamento di docenti di servizio sociale, gli obblighi imposti dai “requisiti necessari” inasprirebbe l’attuale problema costituito dalla forte riduzione degli insegnamenti a contratto: non aumentando il numero degli strutturati di servizio sociale, le docenze sarebbero attribuite a strutturati di discipline del settore vigente (14C1) per garantire la sopravvivenza dei corsi di laurea) (esempio 2: se non sono espressi vincoli in merito alla strutturazione del piano di studi e alla consistenza minima dei CFU di servizio sociale, il rischio è che neppure una laurea quinquennale possa soddisfare le esigenze di una preparazione culturale e professionalizzante, poiché i crediti potrebbero essere saturati da altre discipline sostenute da chi ha più potere contrattuale).

- Si reputa necessario, quindi, che il testo preveda una sorta di “blindatura” dei diversi passaggi.

(segue) art. 4 Capo II Formazione universitaria

ü Comma 2: Si concorda con l’importanza di un SSD autonomo, pur esprimendo perplessità in merito alla fattibilità di questa ipotesi, stante il recente accorpamento e l’insufficiente numero di strutturati di servizio sociale. Auspicandone, in ogni caso, la realizzabilità, proponiamo che le titolazioni delle discipline siano maggiormente precisate, evitando ripetizioni (es. Principi e Fondamenti, Storia del servizio sociale e etica e deontologia) rispecchiando l’evoluzione scientifico culturale delle stesse ed evitando denominazioni che appaiono vetuste (programmazione, amm.ne e organizzazione del SS).
ü Comma 4: non è chiaro che cosa s’intenda per altri insegnamenti specificamente dedicati alle attività proprie degli assistenti sociali.

Art. 5 Tirocinio
Ci sembra necessario inserire criteri e requisiti che orientino la definizione della Convenzione Quadro, quali ad esempio la questione della supervisione affidata ad assistenti sociali, l’impegno finanziario degli atenei a garantire strutture di accompagnamento, monitoraggio e valutazione del tirocinio che coinvolgano professionisti.
Rispetto al compenso di natura indennitaria da garantire agli studenti in tirocinio previsto dalla Legge 148/2011, menzionato nella premessa del CNOAS e non più ripreso all’interno del progetto di legge ma presumibilmente da trattare nella Convenzione Quadro, ci si domanda, anche a fronte della grave crisi finanziaria in cui versano gli atenei: chi dovrebbe garantire tale copertura di spesa?

Art.6 Esame di Stato
Si propone di introdurre vincoli che risolvano l’attuale problema delle migrazioni di candidati verso università che - dai dati statistici disponibili – evidenziano un basso grado di selettività e una conseguente maggior propensione ad abilitare.

Art. 19 Capo V Assicurazione obbligatoria.
Ci sembra che vada considerata la posizione della stragrande maggioranza degli assistenti sociali che operano alle dipendenze di enti pubblici e privati e non come liberi professionisti.
Se l’assicurazione è in capo al solo professionista, questo potrebbe prefigurare l’esclusività della sua responsabilità, escludendo integralmente quella che anche l’ente dovrebbe eventualmente assumersi.
Si propone che l’articolo venga integrato con la seguente dicitura :
“ l’iscritto all’Albo deve stipulare congiuntamente al proprio ente di appartenenza…”


Torino, lì 20 dicembre 2011

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